Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.
Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.
Roberto Saviano
LONDRA - Bolt? Qualunque aborigeno della preistoria l'avrebbe surclassato. Il record mondiale del salto in alto è stato, almeno fino a un secolo fa, alla portata di buona parte dei giovani Tutsi, del Ruanda, che nelle cerimonie di iniziazione all'età adulta saltavano 2,50 metri e più, contro i 2,45 di Sotomayor. Questi ed altri esempi si possono trovare in un libro dell'antropologo australiano Peter McAllister, intitolato "Manthropology", dove lo studioso smitizza sistematicamente il mito del progresso fisico-atletico della nostra specie, e in particolare del genere maschile.
Lo stabilimento siderurgico Ilva vince su tutte le altre aziende italiane per aver emesso in atmosfera 32 tonnellate di Ipa (pari al 95% del totale nazionale delle emissioni industriali censite dall'Ines), 92 grammi di diossine e furani (pari al 92% del totale), 74 tonnellate di piombo (78%), 1,4 tonnellate di mercurio (57%), 231 tonnellate di benzene (42%), 366 kg di cadmio (42%), 4 tonnellate di cromo (31%). Tre classifiche invece riguardano i macroinquinanti le emissioni da primato nazionale dell'Ilva sono le 540mila tonnellate di monossido di carbonio (pari all'80% del totale nazionale delle emissioni industriali censite dall'Ines), le 43mila tonnellate di SOx (15%) e le 30mila tonnellate di Nox (11%).
È morto un grande narratore: Frank McCourt ha avuto tre vite. L’autore di Le ceneri di Angela, morto settantottenne ieri a New York per una meningite che aveva colpito nei giorni scorsi il suo fisico già minato da un male incurabile, aveva cominciato la sua prima vita nel 1930 a Brooklyn, figlio di immigrati poverissimi che quattro anni dopo erano tornati a Limerick, Irlanda, terra d’origine dei McCourt. Quella vita fu dickensiana, da sopravvissuto per miracolo alla povertà, al freddo e alla malnutrizione che avevano ucciso tre dei suoi sei fratelli. Poi il ritorno negli Stati Uniti, i lavori occasionali, il servizio militare e infine, grazie alla borsa di studio da reduce, la laurea in lettere e l’inizio della seconda vita.Quella da insegnante nelle scuole pubbliche di New York, «prof» anticonformista e innamorato della poesia, che passava le ore ascoltando i ragazzi «perché hanno insegnato più cose a me di quante io ne abbia mai spiegate a loro», cantando e suonando l’armonica a bocca in classe «perché chi sta in cattedra non dovrebbe essere un nemico, ma un alleato». E finalmente, raggiunta la pensione, a 66 anni, sposato con la terza moglie, ecco la terza e ultima vita: quella di scrittore di best-seller mondiali e contemporaneamente («doppietta » difficilissima da realizzare) vincitore di premi importanti, da salotto buono delle lettere americane: il Pulitzer e il National Book Critics Circle nel 1996 per il suo primo libro, le sue memorie: Le ceneri di Angela, immediatamente fenomeno editoriale globale da tre milioni di copie negli Usa e due e mezzo in Regno Unito e Irlanda (è stato pubblicato in Italia, come tutte le sue opere successive, da Adelphi).
Perché McCourt aveva in mente da decenni di raccontare la sua vita, ma ogni tentativo di scrivere finiva in una falsa partenza. Finché, diventato nonno affettuosissimo del piccolo Frank jr — con il rimorso di essere stato un padre distante per la ribelle figlia Maggie, scappata a 17 anni con la band psichedelica dei Grateful Dead — non capì che avrebbe dovuto usare, per scrivere le sue memorie, la voce di se stesso da bambino. Ed ecco fluire subito dalla penna quell’incipit indimenticabile: «Gente di tutte le razze si vanta — o si lamenta — di quanto sia stata brutta la propria infanzia, ma non c’è niente di paragonabile a una brutta infanzia irlandese. La povertà. Il padre alcolista, chiacchierone e disoccupato. La madre religiosa e stanca che si lamenta accanto al caminetto. I preti arroganti. I maestri di scuola prepotenti. Gli inglesi, e tutte le brutte cose che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni».
Con il Cavaliere la prima volta fu nell’87, in piazza del Gesù: «La Dc chiamò proprio lui a occuparsi, insieme con altri, della propaganda. Ci riunimmo in tre: De Mita, Berlusconi e io». Ma i consigli del re delle tv non persuadono il segretario: «Cleme’, ma chi mi hai portato?». Sette anni dopo, nel ’94, è Mastella ad andare ad Arcore, con Casini: «L’unico che rideva a tutte le barzellette di Berlusconi. A me, ma anche a D’Onofrio e a Confalonieri, capita di apprezzarne al massimo tre o quattro a serata; lui no, Berlusconi raccontava e il bel Pier riusciva a ridere disinvoltamente dieci volte su dieci. Comunque sia, andammo ad Arcore. Da Linate, centomila lire di taxi. Vista la nota riluttanza di Casini per i conti da saldare, pagai io, naturalmente...». Berlusconi non voleva Mastella ministro. «Fu Bossi a insistere. Fece questo ragionamento: noi siamo un governo di centrodestra, il sindacato si scatenerà; meglio affidare il ministero del Lavoro a un ex democristiano».
Professor Eco, il suo ultimo libro si intitola Non sperate di liberarvi dei libri. Ma chi è che spera? Chi sono i nemici dei libri?
«Principalmente gli uomini, che li bruciano, li censurano, li chiudono in biblioteche inaccessibili, condannano a morte chi li ha scritti. Non, come si crede, Internet o altre diavolerie. Internet insegna ai giovani a leggere, e serve a vendere uno sfragello di libri».

«Mio padre oggi a Milano? Proverebbe lo stesso disagio di allora. Rappresentato da una consapevolezza: il lavoro chiamato a fare solo nell’interesse del Paese, non gli porterebbe la solidarietà della collettività».
Umberto Ambrosoli, terzo figlio di Giorgio, l’avvocato liquidatore della Banca Privata italiana, ucciso a Milano nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer assoldato da Michele Sindona
Mai amato Curzio Malaparte. Troppo distante, troppo diverso dai miei gusti. Ma che ammirazione - mentre leggo e rileggo avidamente l'anteprima sul Corriere della sera di un saggio scritto in francese e pubblicato ora da Adelphi - per la qualità della scrittura e la capacità di saper raccontare nel profondo, attraverso le contrapposizioni sportive e umane di Bartali e Coppi, l'Italia e gli italiani:«Sono un buon cattolico» dice, come se volesse convincervi che solo grazie a questa condizione si può essere un grande campione. Bartali possiede la fede ingenua e profonda dei toreri spagnoli. Ogni volta, prima di sfidare il toro, si inginocchia e prega: ogni volta, dopo aver ucciso la tappa, si inginocchia e prega per ringraziare Dio di avergli concesso la vittoria contro la strada, contro il cronometro o contro il toro Coppi.E quanta tristezza, allo stesso tempo, per il silenzio - assordante, si potrebbe dire - per l'assenza ingiustificata sulle prime pagine dei nostri ormai patetici quotidiani di qualche autorevole e meglio ancora coraggioso intellettuale in grado se non di "dettare la linea" almeno capace di suscitare un po' di autocritica per i nostri miseri tempi. Penso, insomma, ai Pasolini, ai Moravia, ai Calvino.Sono nato a Santa Lucia, villaggio sulle colline del Chianti che dominano Ponte a Ema, paese natale di Gino Bartali. Di recente il curato mi raccontava che, durante l'ultimo Giro d'Italia, una ragazzina della sua parrocchia aveva visto un angelo sospingere Bartali lungo una salita. Questo buon prete è orgoglioso del suo Gino tanto quanto Gino lo è del suo angelo. «Esiste al mondo un altro campione che possa vantarsi di correre con un angelo sulla spalla?» mi diceva il curato di Santa Lucia. Certo che non esiste! O perlomeno io la penso così: e così la pensa Fausto Coppi, il rivale di Bartali. Coppi è piemontese e appartiene, senza saperlo, al genere di persone che non credono molto al soccorso divino. Voglio dire che è un voltairiano inconsapevole.
Sicuramente c'è qualcosa di filosofico nella rivalità sportiva che lo oppone a Bartali e rappresenta uno degli aspetti più moderni della disputa fra credenti e liberi pensatori.
l'ipocrisia dell'uomo Mentana. E il libro su Berlusconi che lo ha cacciato da Mediaset (ecco un altro punto a favore di Fede, lui sì un cortigiano serio) non fa che confermare le mie sensazioni. Soprattutto quando leggo che avrebbe scoperto soltanto nella notte tra il 21 e il 22 aprile 2008, durante la cena di ringraziamento a Mediaset per la vittoria elettorale del padrone, che le redazioni erano e sono un comitato elettorale:«C'era tutta la prima linea dell'informazione, ma non ho sentito parlare di giornalismo neanche per un minuto. Sembrava una cena di Thanksgiving... Un giorno del ringraziamento elettorale. Tutti attorno a me avevano votato allo stesso modo, e ognuno sapeva che anche gli altri lo avevano fatto. Era scontato, così come il fatto di complimentarsi a vicenda per il contributo dato a questo buon fine...»Incredibile, no? Chi l'avrebbe mai immaginato... E, con una faccia tosta (altro eufemismo) senza pari, lo stesso Mentana soltanto ora (che l'hanno cacciato) denuncia (sic!):
«Dopo aver irriso per oltre un decennio le accuse di chi dipingeva Mediaset come una dépendance di Forza Italia, avevo assistito a una scena che avrebbe fatto esultare i teorici del conflitto di interessi».Insomma, nella cena di ringraziamento elettorale dell'anno scorso (mai e poi mai in... quelle precedenti) Mentana ha finalmente scoperto pure lui il conflitto d'interessi. Bene. Meglio tardi che mai, potrebbe dire qualcuno più saggio di me. Vabbè, assodato questo, andiamo avanti. A quel punto però - e qui si scende davvero nel ridicolo - Mentana che fa? Scrive una bella lettera a Fedele Confalonieri per esprimergli la sua, come dire, sorpresa. Ecco che fa un grande giornalista come lui: scrive una bella lettera a Confalonieri. Una lettera? A Confalonieri? E certo:
Lei scrisse a Confalonieri perché tra di voi c’era un rapporto speciale. Era stato lui a difenderla ogni volta che qualcuno aveva chiesto la sua testa. Perché, allora, lo scorso febbraio ha smesso di stare dalla sua parte?Lo ammetto: io che uomo di mondo non lo sono proprio, prima d'ora queste cose le avevo sentite soltanto al cinema. Nei film di mafia.
«Non lo so. Ma sa qual è l’aspetto della nostra “rottura” che mi è dispiaciuto di più? In questi mesi, Confalonieri non si è mai ricordato di un fatto che lo qualifica, nella mia vita, in modo diverso rispetto a un qualunque altro dirigente Mediaset: è stato uno dei miei testimoni di nozze».


La mia fedeltà alle cose importanti nella vita ha sempre fatto acqua da tutte le parti; ma in cose stupide come la dedizione allo stesso albergo, allo stesso libro preferito o allo stesso dopobarba, è sempre stata di una rigorosità cristallina.
Il «luminare della cultura occidentale» che nell'era di Internet si ostina a scrivere con la penna stilografica «perché — spiega —, un antico tremore alle mani mi impedisce di usare la tastiera. Però la mia mente è più sveglia che mai, grazie ai geni. I miei genitori erano poverissimi ebrei semianalfabeti provenienti dagli shtetl dell'Europa Orientale. Però ho avuto antenati studiosi di Talmud: una disciplina che richiede una formidabile memoria».
Come la sua, tanto leggendaria che M.H. Abrams, il celebre studioso di Romanticismo suo mentore, lo definì «lo studente più dotato che abbia mai avuto», e «l'unico capace di leggere un libro con la stessa velocità con cui lo si sfoglia».
Su Tuttolibri davvero una bella intervista a Elizabeth Chanler, moglie di Bruce Chatwin, lo scrittore-viaggiatore (per me uno dei più grandi del Novecento) morto il 18 gennaio 1989 a soli 48 anni:Non a caso ha scritto «L’anatomia dell’irrequietezza»...
«Era pronto, nella vita, a provare qualsiasi cosa, magari non sempre coinvolgendosi direttamente, però rimanendone comunque sollecitato, intrigato... Inoltre, Bruce se stava fermo troppo tempo nello stesso posto, come posso dire?, si ammalava, si notava in lui una sorta di ipocondria! "E' già tanto tempo che sono fermo qui... non ho altro da fare in questo posto..." e giù ad accusare i più vari disturbi, un male al piede, allo stomaco, alla testa, tutti chiaramente psicosomatici! Allora decideva di fare un viaggio a fine settimana e si riprendeva subito. Potevamo magari affittare una incantevole casetta in un posto magnifico, ma, per lui, già dopo un mese tutto diventava meno meraviglioso, cominciava a lamentarsi e scalpitare come un bambino per rimettersi subito in viaggio... Ogni tanto mi diceva: “Sai, dovrò presto partire” e io gli rispondevo “Sì, sì, lo so, lo so bene...”. A volte, poi, nemmeno me lo diceva, partiva e basta! Un giorno eravamo in America e Bruce, ad un tratto, mi disse "Esco un attimo...": beh, l'ho rivisto dopo 6 mesi! Soprattutto d'inverno era sempre fuori, anche perché odiava il buio, andava in cerca di luoghi dove trovare molta luce, come quelli del Mediterraneo, per esempio, in Grecia, Italia, Francia del Sud. Io lo sapevo, questo era il suo carattere, e non mi preoccupavo. Del resto a me non piaceva partire sempre con lui: Bruce era un nomade puro, io sono portata più per la stabilità, ho bisogno di un punto fermo».

Riccardo Villari sembra uscito dalle pagine di Ferito a morte, grande romanzo misconosciuto di Raffaele La Capria su Napoli (e l'Italia) indifferente, impotente o tutte e due le cose insieme. Visceralmente democristiana. Villari e la vita facile e spensierata di chi non ha niente da dire o da fare ma sa stare al mondo, conosce sempre la cravatta giusta per ogni occasione e non sbaglia mai una battuta. Una vita a traino, brillantemente spesa a guardare il mare. È da qui, tra circoli di tennis esclusivi, il sole di Capri, le belle donne e le cene di pesce che è partito anche il presidente Napolitano, pure lui fine dicitore e una grande carriera affannosamente costruita attorno all'immagine di raffinato intellettuale comunista ma anche alla bisogna con un concreto e rozzo piglio (sic!) democristiano. Copioincollo: NAPOLI - Suda copiosamente. Colpa di un sole fuori stagione e di cinquanta minuti di corsa a buon ritmo. T-shirt Nike grigia, scarpette da runner Mizuno, calzoncini blu, Riccardo Villari arriva a mezzogiorno al circolo del tennis, il Tc Napoli, e subito gli amici lo circondano. "Riccà, resisti, perché te ne dovresti andare?". Sorride, risponde di getto: "Infatti non me ne sono andato, né dalla presidenza della Commissione di vigilanza né dal partito". Pacche sulle spalle, sorrisi, solidarietà. Riccardo Villari si rilassa. E racconta (la Repubblica)
L'uomo che resuscitò i dinosauri
Addio a Michael Crichton conosceva il segreto di una storia
Michael Crichton: il ricordo di uno scrittore da 150 milioni di copieTutti parlano, nessuno ascolta. Tutti pubblicano e nessuno legge. Ancora più preoccupante la situazione editoriale. Gli ultimi dati ufficiali fanno rabbrividire: nel 2007 in Italia sono stati oltre 61mila i titoli librari prodotti - il 62% dei quali novità, il resto ristampe e riedizioni -, per un totale di 268 milioni di copie. Aveva ragione il mai abbastanza compianto Massimo Troisi in Le vie del Signore sono finite: «Io non leggo mai. Non leggo libri, cose... pecché... Che comincio a leggere mò che so’ grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai capito? Pecché io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere».


Era un bambino presuntuoso e saccente. Quando la maestra di prima elementare gli chiese: "Ma tu credi in Dio?", lui rispose: "Be', credere è una parola grossa. Diciamo che lo stimo".(sta in Gino e Michele, Matteo Molinari, Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano, Mondadori).
La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell'esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell'analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza.