
Negli ultimi 6 minuti più 3+1 di recupero si è rivista improvvisamente l'Inter di Champions. Il rigore regalato da Julio Cesar ha riaperto una gara già chiusa nel primo tempo e l'Inter puntualmente è stata colta dal solito attacco di panico collettivo. Come se improvvisamente il Catania fosse diventato il Barcellona. Questo per dire, secondo me, che forse non è un problema determinato dal valore degli avversari e dal timore reverenziale che ne consegue, ma più semplicemente potrebbe essere fifa.


Ma senza Ibrahimovic - e Mourinho la smettesse di fare il fenomeno perché qualcuno dovrebbe spiegargli che ormai con Moratti ha le partite contate - non si può più fare a meno, nella maniera più assoluta, di Balotelli. Lui e Maicon sono le uniche due soluzioni d'attacco che l'Inter ha. Com'era prevedibile, Eto'o e Milito sono soltanto dei superbi finalizzatori. E basta. Così come è palese che Eto' o e Milito sono due doppioni, due punte centrali che si pestano i piedi. Se non si capisce questo, se Mourinho non metterà in ballottaggio Eto' o e Milito per una maglia (Balotelli ed Eto'o o Balotelli e Milito le coppie possibili) vedremo presto all'opera un nuovo allenatore.O comunque, se Balotelli non è ritenuto (per motivi che magari noi non sappiamo) abbastanza affidabile o se (più verosimilmente) a Milito ed Eto' è stato garantito da qualcuno il posto da titolare fisso, allora uno dei due deve fare... il Balotelli della situazione. Non è che ci sia un'alternativa in tal senso. Cioè, mi sembra scontato e palesemente ovvio che non possono rimanere tutti e due dentro l'area ad aspettare l'assist. A turno, uno dei due deve prendersi la responsabilità di creare gioco, dare profondità, saltare l'uomo e procurare spazi per il tiro. Il problema è: ne sono capaci?

Era di un soldato americano il maglione che ha fatto sognare mezza Italia. Immortalata dal bianco e nero di Giuseppe De Santis e dalle forme generose di Silvana Mangano, lo scollo a V, la maglia che ha creato il prototipo della maggiorata italiana era, in realtà, un indumento militare. Luigi Manfredini, figlio del fattore della tenuta Veneria di Lignana che ospitava le riprese di Riso amaro, l’aveva acchiappato al volo da un camion in corsa, quello dei soldati americani che nell’aprile del ‘45 avevano liberato il campo in cui era rinchiuso, un piccolo lager della Germania, al confine con Polonia e Cecoslovacchia. «Non avevamo niente, gli americani ci lanciavano cibo e vestiti. Sono rientrato in Italia con quella maglia addosso», racconta oggi. Marrone, a coste. Quando Luigi torna la madre, spirito pratico, pensa a un altro colore. Tinge la maglia in casa, come si faceva una volta. Il risultato è un viola-bordeaux. Per Luigi, poco più di vent’anni, diventa un indumento da tutti i giorni, comodo per i lavori di meccanica che sbriga all’interno della grande cascina.
Quando il regista De Santis chiede alla gente del posto di portare un po’ di vestiti per rendere l’abbigliamento del cast più «genuino» possibile, la maglia americana finisce nel mucchio. «E per la Mangano scelsero proprio quello. Forse al regista piaceva il colore, chissà». Forse bastava un’occhiata per capire che quello scollo a V, quel taglio anonimo, erano perfetti per un profilo destinato a segnare l’immaginario collettivo. Infilata nei pantaloncini corti, le maniche arrotolate, la maglia dell’esercito Usa entrò nella storia del cinema.



C’è da chiedersi, allora, il perché di una blitzkrieg che ha fatto la prima vittima: Mario Giordano, silurato a sangue freddo, considerato volonteroso ma non adeguato alla guerra (di Papi), reo di aver risposto agli escort-cazzotti con il solletico e della gaffe su Carlà imbarazzante in area G8. Giordano ha scoperto di essere diventato ex dopo la firma con Feltri, ed è partito per «vacanze all’estero», tra la perplessità della redazione che non aveva mai visto il capo trattare così un fedele dipendente.

Prima fanno i filmacci con De Laurentiis, Vanzina e compagnia bella, poi sono sempre in tv e sono sempre pronti a lavorare per le tv e la tv di Berlusconi e infine, ricchi sfondati ma completamente bolliti e ridicolmente disadattati - rispetto a una realtà che non vivono e non conoscono - vanno in piazza a protestare perché il cinema è in crisi. Voi l'avete affondato, il cinema. Merde che non siete altro.
È morto un grande narratore: Frank McCourt ha avuto tre vite. L’autore di Le ceneri di Angela, morto settantottenne ieri a New York per una meningite che aveva colpito nei giorni scorsi il suo fisico già minato da un male incurabile, aveva cominciato la sua prima vita nel 1930 a Brooklyn, figlio di immigrati poverissimi che quattro anni dopo erano tornati a Limerick, Irlanda, terra d’origine dei McCourt. Quella vita fu dickensiana, da sopravvissuto per miracolo alla povertà, al freddo e alla malnutrizione che avevano ucciso tre dei suoi sei fratelli. Poi il ritorno negli Stati Uniti, i lavori occasionali, il servizio militare e infine, grazie alla borsa di studio da reduce, la laurea in lettere e l’inizio della seconda vita.Quella da insegnante nelle scuole pubbliche di New York, «prof» anticonformista e innamorato della poesia, che passava le ore ascoltando i ragazzi «perché hanno insegnato più cose a me di quante io ne abbia mai spiegate a loro», cantando e suonando l’armonica a bocca in classe «perché chi sta in cattedra non dovrebbe essere un nemico, ma un alleato». E finalmente, raggiunta la pensione, a 66 anni, sposato con la terza moglie, ecco la terza e ultima vita: quella di scrittore di best-seller mondiali e contemporaneamente («doppietta » difficilissima da realizzare) vincitore di premi importanti, da salotto buono delle lettere americane: il Pulitzer e il National Book Critics Circle nel 1996 per il suo primo libro, le sue memorie: Le ceneri di Angela, immediatamente fenomeno editoriale globale da tre milioni di copie negli Usa e due e mezzo in Regno Unito e Irlanda (è stato pubblicato in Italia, come tutte le sue opere successive, da Adelphi).
Perché McCourt aveva in mente da decenni di raccontare la sua vita, ma ogni tentativo di scrivere finiva in una falsa partenza. Finché, diventato nonno affettuosissimo del piccolo Frank jr — con il rimorso di essere stato un padre distante per la ribelle figlia Maggie, scappata a 17 anni con la band psichedelica dei Grateful Dead — non capì che avrebbe dovuto usare, per scrivere le sue memorie, la voce di se stesso da bambino. Ed ecco fluire subito dalla penna quell’incipit indimenticabile: «Gente di tutte le razze si vanta — o si lamenta — di quanto sia stata brutta la propria infanzia, ma non c’è niente di paragonabile a una brutta infanzia irlandese. La povertà. Il padre alcolista, chiacchierone e disoccupato. La madre religiosa e stanca che si lamenta accanto al caminetto. I preti arroganti. I maestri di scuola prepotenti. Gli inglesi, e tutte le brutte cose che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni».

FISCHI - Balotelli, espulso per un calcio a un avversario, è stato fischiato anche questa volta, anche in Svezia. La sua uscita dal campo è stata accompagnata dai "buuu" del pubblico, che si era già espresso in tal senso durante la gara. L'attaccante interista ha giocato nonostante un leggero trauma distorsivo al collo del piede sinistro accusato giovedì al termine dell'allenamento.